Come curare gli effetti della menopausa con la fitoterapia

L’insieme di questi momenti costituisce il climaterio, una fase di transizione in cui la donna incontra spesso delle difficoltà per la presenza di vari tipi di disturbi più o meno lievi come: irregolarità del ciclo, “vampate di calore“, sbalzi dell’umore, ansia, disturbi del sonno, irritabilità, difficoltà di concentrazione.

La menopausa non è una malattia, ma corrisponde alla cessazione dell’attività delle ovaie, ghiandole endocrine femminili, deputate alla produzioni di ormoni, con conseguente interruzione del ciclo mestruale. Il processo che porta alla scomparsa definitiva delle mestruazioni richiede sempre alcuni anni e comporta una fase di pre-menopausa, che dura 3-5 anni. Dopo l’arresto delle mestruazioni inizia la fase di post-menopausa che persiste per 5-10 anni e sfuma lentamente nella vecchiaia.

In fitoterapia si utilizzano piante officinali e minerali , in grado di lenire i sintomi , legati a quei cambiamenti fisiologici che accompagnano il periodo della menopausa .

La perdita della fertilità , la convinzione di essere meno desiderabili , i primi segni visibili di invecchiamento ed una diversa percezione della propria fisicità possono creare situazioni di sofferenza psicologica dovuta alla improvvisa rottura del delicato equilibrio che la donna ha con il proprio corpo. Su questo aspetto emotivo agiscono molto bene gli olii essenziali e i Fiori di Bach.

  • Soia: contiene un gruppo di sostanze appartenente alla classe dei flavonoidi, gli isoflavoni, che per la loro attività estrogeno-simile sono in grado di influenzare la secrezione e il metabolismo degli ormoni sessuali, oltre ad avere un ruolo attivo nel rallentare i fenomeni di invecchiamento della pelle, per la capacità di stimolare la produzione di collagene e acido ialuronico. I fitoestrogeni si sono rivelati utili contro i disturbi dovuti alla menopausa e le patologie ad essa correlate, come l‘osteoporosi e l’ipercolesterolemia; infatti studi clinici hanno evidenziato che gli isoflavoni della soia, inseriti nella dieta, diminuiscono la perdita della massa ossea che insorge in questo periodo e contemporaneamente contribuiscono a ridurre il cosiddetto colesterolo cattivo, o LDL; mentre tendono a far aumentare il colesterolo buono, o HDL. Questo può contribuire a favorire la prevenzione dei danni cardiovascolari.
  • Cimicifuga: l’azione più nota di questa pianta è quella sui disturbi neurovegetativi connessi alla menopausa, in particolare sulle vampate di calore. I glicosidi triterpenici contenuti nelle radici sono in grado di legarsi ai recettori per la serotonina posti nell’ipotalamo (un nucleo di cellule nervose situato nella parte bassa del cervello), svolgendo così un’azione simile a quella della serotonina.
  • Maca delle Ande: grazie alle sue proprietà adattogene, stimola le ghiandole nella produzione di estrogeni, ripristinando l’equilibrio ormonale. Le radici della pianta non contengono ormoni vegetali, ma principi attivi ricostituenti che rafforzano il sistema endocrino, e inducono il corpo nella secrezione dei suoi ormoni, nella proporzione giusta. Questi effetti modulanti sul sistema endocrino agiscono tramite l’ipotalamo, migliorando il sistema immunitario e riproduttivo. Contemporaneamente la pianta promuove una dilatazione dei vasi sanguigni e quindi una migliore irrorazione degli organi sessuali. Questo impedisce, tra l’altro, la cosiddetta secchezza vaginale, un sintomo ricorrente della menopausa.

In altre piante invece sono stati individuati i fitoprogestinici, che sono in grado di normalizzare il rapporto estrogeni-progesterone.

  • Zinco-rame come regolatore del sistema endocrino. Si utilizza nel trattamento delle alterazioni della crescita e disturbi ormonali come le cosiddette turbe della menopausa. Inoltre al livello dell’umore, riequilbra le emozioni, mitiga l’angoscia e l’aggressività, infonde fiducia in se stessi e aiuta a superare la paura, che può provare una donna quando perde la fertilità e inizia a invecchiare.
  • Rame-oro-argento: è il rimedio per la mancanza di vitalità e capacità di adattamento dell´organismo (convalescenza, esiti di trauma recente o remoto, dopo un intervento chirurgico, processi infiammatori e infettivi a ripetizione e a lenta risoluzione, compromissione dello stato generale, depressione). Viene impiegato efficacemente nel trattamento delle sindromi depressive associate alla menopausa caratterizzate da un atteggiamento generale di rinuncia e tendenza all´isolamento e alla depressione e in cui la stanchezza generale non migliora con il riposo.

Per quanto riguarda le conseguenze sul piano emotivo è indubbio che durante questo delicato periodo la maggior parte delle donne vada incontro ad un cambiamento profondo della propria identità psichica e della propria sessualità .

La moderna ricerca fitoterapica ha individuato in alcune piante l’esistenza di sostanze, i fitoestrogeni, in grado di simulare l’azione degli estrogeni umani; essi hanno un’azione più blanda ma del tutto naturale, in grado di imitare gli effetti degli estrogeni, perché le loro strutture molecolari sono molto simili a quelli umani (biosomiglianza) ed il corpo li accetta come tali.

La spondilite anchilosante appartiene ad un gruppo di malattie più ampio denominate spondiloartriti sieronegative note anche come entesoartriti sieronegative. A Questo gruppo di malattie, che sono caratterizzate tutte dalla negatività al test del fattore reumatoide sul siero ematico (anticorpo di particolare rilievo nell’artrite reumatoide), da una base autoimmune e da una flogosi delle entesi appartengono:

La cura della spondilite anchilosante si avvale generalmente di un duplice approccio e recisamente di:

Una ipotesi di diagnosi viene effettuata con:

  • Dolore. Costituisce il sintomo cardine. Dolore che esordisce come una lombalgia (mal di schiena) e con essa fin troppo spesso viene confuso. Il dolore come in tutte le patologie a carattere infiammatorio è più intenso a riposo e durante il sonno e diminuisce col movimento e l’attività fisica. Il dolore è inizialmente localizzato alla colonna vertebrale che, nella maggioranza dei casi, è la prima ad essere colpita ma può localizzarsi anche in altre regioni anatomiche che sono interessate dall’infiammazione quali le articolazioni della regione sacro iliaco e le articolazioni costole/vertebre e costole /sterno. Più raramente sono toccate le grandi articolazioni delle gambe come caviglia e ginocchio. Se ciò accade l’interessamento è da un solo lato. L’infiammazione colpisce anche le inserzione dei tendini e dei legamenti sulle ossa: le entesi. Sono interessate essenzialmente quelle i del piede ed in special modo il tendine calcaneare e la fascia plantare.

Il quadro clinico della malattia ha una evoluzione lenta e subdola con fasi di riacutizzazione e lunghi periodi di quiescenza. Questo andamento ciclico fa si che la malattia, in special modo nella fase iniziale, viene trascurata e non correttamente diagnosticata. Carenza che tuttavia, più che a incapacità del personale medico, è imputabile ad una sottovalutazione del paziente. Nella fase iniziale infatti la malattia ha dei sintomi molto blandi inframmezzati da lunghissime stasi per cui facilmente si sottovaluta l’entità del problema. Col procedere del decorso i periodi di stasi si accorciano e la durata delle ricadute si allungano finché la sintomatologia non diviene perenne.

L’ipotesi di diagnosi dovrà poi essere convalidata dalla evidenza radiologica. Ma poiché per osservare tale evidenza è necessario sia trascorso un periodo di almeno 2-5 anni dall’insorgere della malattia si ricorre alla risonanza magnetica delle articolazioni sacro iliache che mette in condizione di poter formulare la diagnosi anche dopo tempi molto più brevi. Altra metodologia di indagine che consente una diagnosi precoce è la scintigrafia ossea. Entrambe le indagini infatti consentono di valutare i danni provocati dalla infiammazione ossea anche dopo tempi ragionevolmente brevi. Utili alla formulazione della diagnosi anche se non determinanti sono pure le valutazioni dei parametri ematici infiammatori (proteina C reattiva e velocità di eritrosedimentazione) e la determinazione del gene HLA-B27. E importante nella diagnosi escludere eventuali tumori ossei che possono determinare sindromi dolorose a carico della struttura scheletrica molto simili a quelle procurate dalla spondilite.

Approfondisci le cause e i possibili trattamenti del mal di schiena un’affezione dolorosa accompagnata spesso da limitazioni funzionali.

  • Terapia fisica. Consiste di una terapia combinata che utilizza: fisioterapia, ginnastica che rieduchi ad una giusta postura e che contemporaneamente distenda ed irrobustisca la muscolatura dorsale ridando elasticità alle articolazioni irrigidite, terapia termale.
  • Terapia farmacologica. Il trattamento prevede farmaci che allevino il dolore. Si somministrano perciò infiammatori non steroidei i cosiddetti FANS che sono antidolorifici e nello stesso tempo controllano l’infiammazione. Nei casi in cui la patologia è più severa o procede da più anni si ricorre ai corticosteroidei ed ai DMARD che sono farmaci con principi attivi utili a tenere sotto controllo i processi autoimmuni che son alla base della malattia e che perciò riescono a rallentarne l’evoluzione appartiene a questa categoria la Sulfalazina. Negli ultimi tempi si è aggiunta una nuova categoria in grado di inibire il fattore di necrosi tumorale che un insieme di molecole proteiche che partecipano al processo dell’infiammazione e pertanto in grado di calmare il dolore e mantenere sotto controllo l’evolversi della malattia.

I sintomi principali della malattia possono così riassumersi:

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